Una domenica all'insegna della solidarietà, organizzata da monsignor Mani, insieme a Caritas, Migrantes e alle Acli, per dire no al razzismo e alla paura
Se l'utopia è tale proprio perché è un sogno così alto da essere irraggiungibile, chi è andato ieri mattina alla fiera di Cagliari ha potuto sicuramente intravederne uno scorcio. Una grande festa colorata ha riunito oltre duemila persone tutte diverse tra loro per colore della pelle, lingua, nazionalità, ma con un elemento in comune: l'aver scelto la Sardegna come luogo di lavoro, di riscatto e di speranza per una vita migliore.
In realtà, più che utopia, la giornata dell'accoglienza dal titolo “Benvenuto fratello” organizzata ieri dalla Chiesa insieme alla Caritas di don Marco Lai, a Migrantes e alle Acli, ha voluto essere un segno concreto della peculiarità dell'isola che ha scelto appunto di accogliere invece che respingere, di conoscere invece che nascondersi dietro alla paura del diverso e dello straniero. Promotore della giornata è stato l'arcivescovo di Cagliari monsignor Giuseppe Mani che, pur nel clima di festa e allegria che si respirava ieri, non ha esitato a ribadire che “per un cristiano difendere l'uomo è un atto di fede” e che “chi non accetta l'uomo non accetta Dio”.
Il pensiero è rivolto inevitabilmente al clima di paura e di violenza che si respira in questi giorni in altre parti d'Italia, in particolare a Rosarno, in Calabria, dove stanno accadendo cose che mai nessuno avrebbe immaginato sarebbero successe nell'Italia del 2010: l'incubo dell'uomo bianco col fucile nel bagagliaio pronto a esser tirato fuori e usato durante le ronde, delle vere cacce al nero nelle campagne che tanto ricordano il romanzo di Huley “Radici” e le fughe disperate degli schiavi neri dai campi di cotone americani di tanto, tanto tempo fa. La giornata di ieri a Cagliari è stata quasi una risposta a questi fatti terribili e vergognosi, una dimostrazione che le cose possono anche andare diversamente. “ Non abbiate paura perchè la Sardegna vi vuole bene – ha detto Mani alla folla di sardi e immigrati nella Sala congressi della Fiera – Noi sardi siamo nobili nell'animo anche nella povertà e nell'indigenza, un popolo degno di abitare una terra bellissima. E per questo vi diciamo benvenuti, noi vi accogliamo non solo perchè siamo solidali, ma anche perchè qui servite, voi siete necessari”.
La politica. “Le leggi in questo periodo non sono favorevoli agli immigrati – ha continuato il monsignore – ma pian piano si apriranno perché il cuore dell'uomo è già aperto e le leggi seguono l'uomo”. L'ottimismo di Mani ha la sua ragion d'essere anche nei propositi espressi dai numerosi esponenti della politica sarda presenti alla manifestazione. Dal sindaco di Cagliari Emilio Floris che chiede una task force per affrontare e dare delle risposte ai tanti immigrati e sardi che sono senza casa e senza lavoro, all'assessore regionale Franco Manca per il quale “la politica dell'accoglienza e dell'integrazione è una linea dalla quale non si può deflettere”.
“Guardatevi le percentuali degli emigrati sardi che negli anni '50 o '60 affollavano le carceri e gli ospedali psichiatrici in Belgio, in Germania – ha detto il presidente della Provincia Graziano Milia – Non possiamo permetterci di diventare da vittime a carnefici” E ha terminato con una battuta strizzando l'occhio al sindaco di centrodestra Floris (che aveva al collo il fazzoletto della Giornata di colore rosso): “Per fortuna l'immigrazione è uno degli argomenti per cui le istituzioni sarde, che si accapigliano per tutto, riescono invece a mettersi d'accordo”.
Dopo l'intervento del viceprefetto vicario di Cagliari Bruno Corda, particolarmente difficile è stato quello del questore di Cagliari Salvatore Mulas. “Accertare la regolarità degli stranieri, di coloro che arrivano sognando una vita migliore, è un compito non facile” ha detto infatti. “Capita che la questura compia degli errori ma ci sono aspetti tecnici che non sono discrezionali. I respingimenti sono un compito durissimo, ma non abbiamo alternative, la legge è legge”. E allora un altro dei compiti più importanti della polizia è “vegliare sul rispetto della persona umana”. “In questo – ha terminato Mulas – un appoggio decisivo lo abbiamo sempre avuto dalla Caritas”.
Le storie. Tra canti, balli e ottimo cibo, oltre cinquanta nazionalità diverse hanno portato il loro saluto all'isola, ognuno con la propria storia di disperazione alle spalle, i sogni e una montagna di gratitudine per chi nell'isola lo ha accolto davvero come un fratello o una sorella. Dal tunisino che ogni volta che si sposta per lavoro sente la nostalgia della terra sarda, alla ragazza domenicana che dice a gran voce che “nessun uomo è illegale”, dal giovane eritreo che qui ha già trovato una fidanzata alla fanciulla marocchina che, accompagnata dal canto delle sue connazionali, lancia un appello: “A coloro che hanno paura della diversità e del prossimo diciamo: venite a vedere con i vostri occhi come la diversità diventa ricchezza. Il segreto della bellezza dell'arcobaleno consiste nella diversità dei suoi colori”. C'è anche l'egiziano Ahmed che racconta la sua storia sfatando uno dei tanti luoghi comuni che riguardano i musulmani: “Io, musulmano, ho sposato una cristiana qui. Abbiamo avuto un figlio che alla fine si è voluto battezzare anche lui. E siamo felici così”. C'è la bambina rom che strappa un sorriso a tutti quando, emozionatissima, dice: “Ci chiamano rom, sinti...boh?” come se non comprendesse la nostra necessità di catalogare le persone che in realtà sono tutte uguali proprio in quanto persone.
“Ci sono delle circostanze che ci impongono di andare via dal nostro paese” racconta tra i tanti un immigrato dell'Ecuador. Nove anni fa, infatti, nell'aprile 2001, sua moglie decide di partire. “Aveva una valigia piena di speranza e di ricordi – racconta l'uomo – Il nostro cuore si è rotto in mille pezzi, è una cosa che non si può mai dimenticare”. Più tardi decide anche lui di raggiungerla a Milano. Lo scopo era ovviamente lavorare, per dare un futuro dignitoso ai figli. “Ci sono stati dei momenti critici, ad esempio quando ci siamo trovati senza lavoro e col permesso di soggiorno quasi scaduto, l'affitto da pagare. Ma la Caritas ha sempre reso meno pesante la croce che noi immigrati portavamo”. L'epilogo è felice: “Oggi abito qui con mia moglie e mio figlio diciottenne. Ho vissuto il razzismo, lo sfruttamento. Ma oggi mi sento soddisfatto della mia vita, del mio lavoro. Una cooperativa sociale che si occupa di assistenza ai disabili mentali mi ha ridato speranza. Con i soldi guadagnati in Italia uno dei miei figli, che è voluto rimanere nel suo paese, l'anno prossimo diventerà ingegnere”.
Lui è stato fortunato. Il razzismo, definito da una delle donne ucraine “una banale e talvolta ridicola maschera della paura”, è tornato a fare la sua comparsa in Italia. Ma la Sardegna, almeno da quello che si è visto ieri, è pronta a resistere.
Anna Toro
Foto di Roberto Pili
Inserito il 11/01/2010
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