Centinaia di persone all'incontro col fratello del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio, per parlare di legalità e celebrare l'eroismo dei ragazzi della scorta spesso dimenticati
“Emanuela!” Con questo grido pieno di rabbia e di dolore, ma anche di speranza, Salvatore Borsellino si è accomiatato dalla folla che venerdì è accorsa a incontrarlo a Sestu, paese dell'hinterland di Cagliari. Perchè proprio a Sestu è nata Emanuela Loi, giovane agente che faceva parte della scorta del giudice Paolo Borsellino e che quel tragico 19 luglio del 1992 saltò in aria insieme a lui e tutti i suoi compagni nella strage di via D'Amelio a Palermo.
Era tanto tempo che Salvatore, fratello del magistrato e fondatore del movimento del Popolo delle agende rosse, voleva andare a trovare la tomba di Emanuela. Doveroso anche il passaggio sul nuovo ponte strallato sulla 554 intitolato proprio a lei. “Non amo che s'intitolino vie a mio fratello – ha detto Salvatore – ma di questo ponte sono stato felice, perché per i ragazzi delle scorte c'è bisogno di queste cose. Spesso, infatti, di loro non si ricorda nemmeno il nome, sono semplicemente 'quelli della scorta' e questo non è accettabile”.
Ed ecco che decine e decine di agende rosse, simili a quella sottratta a Paolo Borsellino dopo l'attentato, vengono levate in aria in un sommesso ed emozionante silenzio, mentre Salvatore comincia ad elencare: “Emanuela Loi... Agostino Catalano... Vincenzo Li Muli...Walter Eddie Cosina... Claudio Traina”. Morti per difendere il giudice Borsellino e con lui i suoi ideali di un mondo diverso, libero dalla mafia, in cui i ragazzi potessero riprendersi il loro futuro e gli adulti la loro dignità. Come ha ricordato Salvatore usando le parole di Pietro Calamandrei: “Martiri, morti senza retorica, con semplicità in un grande lavoro che richiedeva forza e coraggio”.
I giovani. C'era anche la famiglia di Emanuela venerdì. Attorno ad essa si sono stretti gli amici ma anche centinaia di sconosciuti in una grande giornata all'insegna della legalità e della speranza organizzata dall'associazione Pensiero Libero e dal Popolo delle agende rosse. Insieme a Salvatore Borsellino sono intervenuti Lorenzo Baldo, vicedirettore del periodico Antimafia 2000, che ha ricordato “l'importanza di agire oltre che indignarsi, e di fare sempre e comunque il proprio dovere”, e il blogger Piero Ricca, secondo cui “la nostra generazione ha la responsabilità storica di salvare il meglio della nostra tradizione, ovvero i nostri martiri, e la Costituzione”. E poi tanti giovani a cui, come ha ricordato Salvatore, Paolo Borsellino pensava anche nell'ultimo giorno della sua vita: “Sono ottimista – scrisse nella sua ultima lettera datata proprio 19 luglio 1992 - perchè i giovani hanno un'attenzione diversa verso la mafia rispetto alla generazione precedente”. Proprio questo “ottimismo” in un momento così tragico ha dato a suo fratello Salvatore la forza di reagire al dolore, all'indifferenza della gente, all'ingiustizia imperante, e di andare a testimoniare in modo che sempre più persone si sveglino da quel torpore a cui questi tempi bui le hanno abituate.
“Sono Falcone e Borsellino i miei esempi” afferma deciso il giovane Fabio Usala di Sestu, membro del Popolo delle Agende Rosse, a dimostrazione che non tutti i ragazzi si sono fatti abbindolare dal mondo di cartapesta della TV, del successo a tutti i costi e della frivolezza senza sostanza. “La lotta alla mafia – ha aggiunto Fabio – è un dovere morale e civile. Paolo Borsellino è stato lasciato solo da uno Stato colluso e per questo in noi non deve mai venir meno l'impegno civile. Perchè la coppola e la lupara siciliana non sono più i segni distintivi della mafia, la mafia è dappertutto, anche in Sardegna. Pensiamo al business del cemento, alla puzza di mafia che si respira nell'affare dei parchi eolici, all'ipotesi del nucleare. Tutto ciò deve diventare la nostra nuova lotta”.
L'impegno civile. La consapevolezza, l'indignazione, un pezzo di società che si risveglia e che non si stanca di chiedere verità e giustizia. Ma che ha nausea di uno Stato dove la mafia si è infiltrata fin nei suoi più alti vertici rendendo impossibile ogni ipotesi di trasparenza e di legalità. La cosiddetta mafia dei “colletti bianchi”, ancora più insidiosa perchè prende le sembianze di persone perbene e che spesso ricoprono anche cariche istituzionali. Come battere un tale cancro? “Con la testardaggine, il coraggio e l'impegno civile – tuona Salvatore – Se hanno ammazzato Paolo è anche colpa della nostra indifferenza. Ma per fortuna ci sono i giovani e loro, anche quando non ci sarò più, continueranno a sollevare le agende rosse fino a quando non sarà fatta giustizia”.
“La lotta alla mafia – scrisse infatti Paolo Borsellino – deve essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità, quindi complicità”. Il suo sogno, a quanto pare, non è morto con lui.
Anna Toro
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