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Le associazioni della Carta di Zuri in marcia contro la povertà e per il lavoro  
Le associazioni della Carta di Zuri in marcia contro la povertà e per il lavoro

Migliaia di persone in corteo per le vie di Cagliari:...

 
 
 
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La Sardegna si ferma, tutti in piazza per il lavoro al grido di 'Non molleremo mai'
 
La Sardegna si ferma, tutti in piazza per il lavoro al grido di 'Non molleremo mai'

La manifestazione organizzata dai sindacati Cgil, Cisl e Uil ha portato a Cagliari 50 mila operai, lavoratori e disoccupati che hanno chiesto a gran voce la rinascita economica e sociale dell'Isola

Se da un lato c'è la soddisfazione da parte dei sindacati per aver portato 50 mila persone in piazza, dall'altro l'imponente manifestazione di ieri a Cagliari è il segno tangibile della profonda crisi che attanaglia la Sardegna. Basta guardare i numeri per rendersi conto che si tratta di una crisi epocale: nel 2008 nell'isola si sono persi oltre 30.000 posti di lavoro. Tra il 2009 e il 2010 si prevede la perdita di altri 20.000 occupati. Il tasso di disoccupazione è balzato al 14,1% con 95.000 persone in cerca di lavoro. Il numero di famiglie che vive sotto la soglia di povertà continua a crescere e rappresenta il 19,4% della popolazione: 320.000 persone, numero destinato ad aumentare nel corso del 2010. E ancora: più di 600 imprese hanno formalmente dichiarato la propria crisi, 11.000 lavoratori utilizzano gli ammortizzatori sociali in deroga, 150.000 sono i disoccupati reali, 350.000 persone vivono al di sotto della soglia della povertà. Se si pensa che il numero di abitanti dell’Isola è appena intorno a 1.670.000 persone, con una forza lavoro di 686.000 unità, si vede subito quanto la situazione sia grave.

I tanti volti della protesta. Un quadro talmente rovinoso da far temere addirittura la rottura della coesione sociale. Eppure questi numeri, che ieri si sono trasformati in vere facce, veri individui che urlavano a gran voce la loro disperazione per il futuro a loro negato, hanno sfilato per il centro cittadino con gran compostezza e dignità. Un enorme serpentone lungo due chilometri, praticamente da piazza Giovanni XXIII a via Roma, con in testa un grande striscione che riassumeva tutto il senso della manifestazione voluta dai sindacati Cgil, Cisl e Uil: “Lavoro, sviluppo, autogoverno: dalla crisi alle opportunità”.
Molte sciarpe tricolori dei sindaci e quelle azzurre dei presidenti delle Province, subito seguiti dai grandi protagonisti delle proteste di quest'ultimo periodo, i lavoratori dell'Alcoa, e delle altre aziende in stato di crisi di tutte le aree industriali dell'isola tra cui la Portovesme srl, la Vinyls di Porto Torres, la Rockwool di Iglesias, la Sardinia Gold Mining. Tutti i settori erano rappresentati ieri nel corteo, perchè tutti i settori in Sardegna sono colpiti dalla crisi: presenti quindi le delegazioni dell'agroindustria del Medio Campidano, dell'Intermare Sarda di Arbatax, dei call center di Cagliari, della Polimeri Europa di Sarroch, i pensionati, i precari della scuola, i lavoratori edili, i giornalisti e il mondo della Chiesa e del volontariato. Si può dire che l'intera Sardegna è scesa in piazza per rivendicare il diritto elementare di un lavoro e di una vita dignitosa.

Tante le storie di disperazione: dall'operaio da mesi in cassa integrazione a quello che teme di non avere neppure gli ammortizzatori sociali, con la paura quindi di non poter garantire un futuro ai propri figli e di non riuscire a dar da mangiare alla propria famiglia, ci sono i commercianti che temono il prevedibile effetto domino, gli anziani che sopravvivono con una pensione che non arriva ai 300 euro al mese, gli insegnanti che non hanno nemmeno avuto bisogno di scioperare perché, quando va bene, lavorano un mese all'anno, i dipendenti dell'Aias alle prese con profondi tagli dell'organico e le famiglie dei disabili che si vedono portar via risorse indispensabili per alleviare, anche se di poco, la loro già difficile vita. Ci sono anche gli immigrati, che reclamano i diritti di cittadinanza e partecipano al dolore della Sardegna, e anche tante persone che un lavoro ce l'hanno ma che hanno voluto comunque portare la loro solidarietà e contribuire ad alzare il grido di protesta. Anche per coloro che, a causa di contratti atipici e sempre a rischio, non si sono potuti permettere il lusso di scioperare e scendere in piazza.

Gli interventi. Dal palco allestito in piazza Yenne il rappresentante della Rsu di Alcoa, Bruno Usai, ha riassunto le difficoltà della vertenza e manifestato la disperazione dei lavoratori, di fronte alla prospettiva di cassa integrazione per la fermata della fabbrica di alluminio, ma ha anche sottolineato la determinazione con cui intendono proseguire la lotta per la continuità produttiva. Per i tre sindacati principali ha parlato Mario Medde della Cisl che ha chiesto alla Giunta regionale di predisporre “un piano per sostenere una nuova crescita economica”. Ha chiesto anche un intervento più deciso nei confronti del governo nazionale col conseguente “riconoscimento dell'insularità della Sardegna”, la predisposizione di un piano pluriennale sul lavoro e povertà, la verifica e il rilancio delle attività produttive.
Sul palco anche i rappresentanti delle segreterie nazionali, come Carmelo Barbagallo (Uil), Gianni Baratta (Cisl), e Susanna Camusso (Cgil) . “E’ stata una manifestazione straordinaria – ha detto la Camusso – che dovrebbe far riflettere la politica sarda perché i lavoratori sono stanchi di promesse, hanno bisogno di risposte concrete e di un governo, regionale e nazionale, che si assuma le sue responsabilità”. Diversi i punti toccati nel suo lungo intervento: dal tavolo per i call center, “dove tanti giovani lavoratori subiscono la riduzione dei diritti per gli appalti al massimo ribasso”, alle responsabilità dell’Eni sul ciclo della chimica a Porto Torres come nel resto d’Italia, per arrivare ad Alcoa e al ciclo dell’alluminio nel Sulcis Iglesiente. Coinvolgenti gli interventi di alcuni operai e degli studenti: alla fine erano talmente tanti coloro che hanno voluto prender la parola che si è dovuto stravolgere il programma degli interventi. Su una cosa Mario Medde alla fine era sicuro: “Questa giornata è solo l'inizio – ha detto – Se non avremo risposte, la lotta continuerà”.

Quale futuro? Eppure i segnali non sono positivi: anche gli operai più disperati sanno che le multinazionali straniere sono intenzionate ad andare via. Le industrie stanno morendo a una a una portando con sé una miriade di attività complementari e di indotto. Si pretendono soluzioni a breve ma soprattutto a lungo termine, non i soliti interventi assistenziali tappabuchi. Ma in molti hanno confessato di non avere più fiducia nei sindacati, nel governo regionale e in quello nazionale. C'è anche chi mette in dubbio, come il movimento politico di Irs, il modello di sviluppo fondato sull'industria e vorrebbe metter fine a questo “accanimento terapeutico” per una riconversione industriale “in un'ottica di risanamento ambientale”. Proposta poco popolare per quelle migliaia di operai interessati soprattutto a far ripartire gli impianti e a portare il pane a casa. Lo sbattere incessante dei caschetti da lavoro per terra al ritmo del coro da stadio “Non molleremo mai” fa presagire che la battaglia degli operai Alcoa e di tutti gli altri davvero non si esaurirà con lo sciopero di ieri. Con tutti i timori che questa consapevolezza porta con sé.


Anna Toro

Foto di Roberto Pili

Inserito il 06/02/2010
 
 
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