Tra torture, umiliazioni, deportazioni e spostamenti in condizioni disumane,
i giovani africani raccontano il percorso infernale verso il miraggio di una vita migliore
Un viaggio di dolore e dignità che vuole dare voce alle violenze subite dai migranti in cammino verso il Mediterraneo, inflitte sia dai contrabbandieri che gestiscono il viaggio sia dalla polizia libica responsabile di arresti indiscriminati e disumane deportazioni. Il docu-film "Come un uomo sulla terra", di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene, sbarca di nuovo a Cagliari giovedì 3 dicembre partire dalle ore 17.00, nella Sala Cosseddu (Casa dello Studente), via Trentino. Un'occasione per tutti i cittadini di guardare con occhi diversi la tragedia dei migranti che per il sogno di una vita migliore e più dignitosa sfidano il deserto africano, le torture degli aguzzini che gestiscono l'affare nelle varie tappe di quel viaggio massacrante, passano attraverso arresti e deportazioni, sfidano il mare a decine su barche tutt'altro che sicure. Spesso, chi riesce infine ad arrivare in Italia, viene rispedito indietro senza tanti complimenti, anche nei paesi d'origine in cui infuriano guerre e vengono violati i più basilari diritti umani. Tutto questo con la complicità della Libia di Gheddafi e, è triste dirlo ma è così, anche del governo italiano e dell'Europa. La proiezione, a cui sarà presente uno dei registi, Riccardo Biadene, è organizzata dall'associazione Udu di Cagliari. Partecipano all'iniziativa l'associazione COSAS impegnata da anni in importanti iniziative a favore dell'integrazione degli immigrati e l'associazione Sucania con il banchetto di prodotti equo e solidali.
Il film, che ha visto la luce nel 2008, nasce dall'esperienza personale di uno dei registi, Dagmawi Yimer: il giovane Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia ma a causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate sia ai contrabbandieri ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica. Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus. Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia.
Non solo veniamo quindi a conoscenza del terribile bollettino di morte che ogni mese produce il blog Fortress Europe di Daniele Del Grande, consulente del film, aggiornandoci sulla mattanza di migranti che finiscono sui fondali del Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l’Italia. Ma sono soprattutto le storie a colpire il cuore, storie vere raccontate dai volti veri di questi ragazzi, o meglio, di questi eroi, come li chiama il giornalista Fabrizio Gatti nel suo libro "Bilal – Viaggiare, lavorare, morire da clandestini". In quarantacinque sopra un Land Cruiser scoperto, sotto il sole del Sahara, fino al Bengasi dove vengono trascinati in carcere, torturati e umiliati. Dopo mesi, vengono caricati all’improvviso su container blindati, viaggiano per giorni in condizioni disumane per poi venire spediti nel lager di Cufra, a centinaia di chilometri più a sud, non lontano dal confine con l’Egitto e il Sudan. Infine c'è l'incognita del mare. C’è chi questo percorso della morte lo fa cinque, sei, sette volte, prima di riuscire a trovare uno scafista che lo porti infine in Italia. E le disavventure non finiscono certo lì.
Il documentario ha vinto molti premi e sta girando per l'Italia coinvolgendo sempre più persone che cominciano a capire che non basta far finta di non sapere per conservare l'innocenza.
Scrive Dag in una lettera pubblicata sul blog del film:
“Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c'è più quella voce. Sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra.
Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere”.
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